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lunedì 21 marzo 2011

AMORE E ALTRI DISASTRI. LA STORIA DELL'AMICA A.

Ci sono persone che devono stare al centro della scena.

Tutti noi ne conosciamo qualcuna. Non esistono distinzioni di sesso, età, professione o altro tipo di status. Possono essere i nostri genitori, figli, amici, colleghi, compagni o  semplici conoscenti. Possono essere figli unici che non hanno mai imparato a "condividere l'attenzione", figli di famiglie numerose che invece l'hanno dovuta condividere troppo o figli "di mezzo" che non essendo stati mai ne i "grandi" ne i "piccoli" si sono trovati li a penzolare nel mezzo, ne carne ne pesce, ricavandone una mancanza di attenzione alla quale in età più adulta desiderano rimediare. Uomini e donne in egual misura, e  sebbene io tenda a ritenere che una donna mitighi questa eventuale propensione con quell'altra, innata, che la spinge a "prendersi cura", noi signore non ne siamo certo immuni.

Queste persone tendono, inconsciamente, a considerasi un po' come le uniche persone al mondo con dei bisogni. Detto così suona da schifo, mi rendo conto, ma non lo fanno con cattiveria o con premeditazione. Spesso nemmeno se ne rendono conto. Non sono cattivi, è che li disegnano così... e anche se sono convinta che con un po' di lavoro su se stessi ognuno di noi possa migliorare, queste persone sovente non ce la fanno. E' qualcosa di troppo insito nella loro natura.

Come ci si relaziona con una persona del genere? Bè è facile.
Bisogna fare un passo indietro.
Non c'è altra soluzione che questa, lasciare che calchino il centro del palcoscenico e possibilmente, se ci si riesce, sorridere con indulgenza mentre lo fanno. Perchè è di questo che hanno bisogno.

Oh, certo. Si potrebbe anche far loro notare questo tratto del loro carattere. Probabilmente capirebbero, con la logica e col cervello, vedrebbero le ragioni dei  satelliti che gravitano loro attiorno come tanti piccoli Ganimede intorno al possente Giove. Ma non riuscirebbero a capire a livello emotivo. Il che li porterebbe con ogni probabilità a sentirsi frustrati ed incompresi, e ad aggirarsi per le vie della città - o per i corridoi di casa - come leoni in gabbia.

E come tali, a cecare una via di fuga.

Se lo scopo è liberarsi di loro, probabilmente è la via migliore.

La mia carissima amica A. ha sposato un uomo così.
Purtroppo un giorno si e uno no devo accogliere le sue confidenze in lacrime, perchè non riesce più a gestire la situazione.

Oddio, lei magari esagera un po'... ma immagino che sia  una situazione che alla lunga logora.

Lei fa così, si mette da parte.
Lascia che lui sia Giove, e si mette in posizione periferica.
E' diventata quello che aveva giurato non sarebbe stata mai, a nessun costo: una Donna che mette l'Uomo davanti a tutto.

Sta tutto il giorno a pensare a come compiacerlo, salvo poi che lui magari nemmeno se ne avvede.
Sorvola sulle cose che non le piacciono, per amore della quiete familiare, perchè, dice, quando prova a muovere una critica, anche bonariamente, lui diventa aggressivo (metaforicamente, non è che la mena...).
Tende solo a dimostrarle che "lui ha ragione" ma sembra (e dico sembra perchè nella testa di un altro ci puoi arrivare solo fino a un certo punto)  che non si soffermi a considerare come lei si sente, indipendentemente da quello che può essere "logicamente e razionalmente recepito".
 
Farlo, significherebbe fare un passo indietro. Mettere lei al centro per un minuto e girarle intorno, diventare Ganimede per un attimo. Essere lui quello che pensa come compiacere lei.

E questo è impossibile per lui, che pure è un uomo davvero notevole sotto un milione di altri punti di vista. Eppure dice di amarla. Il che probabilmente è anche vero. Lei si aggrappa a questo come a una boa di salvataggio in mezzo alla tempesta, e siccome anche lei lo ama nonostante tutto, resiste.

Alle volte vorrei proprio dirgli due paroline, a questo tipo.
Gli uomini alle volte hanno la capacità innata e ststraordinariamente sviluppata di guardare dalla parte sbagliata.
Ma come fai a mettere bocca tra moglie e marito?






giovedì 7 ottobre 2010

LA FORZA DELL'AMORE - Elogio di Severus Snape (attenzione spoiler su HP7)



Sto rileggendo HP and the Deathly Hollows a mo’ di ripasso in vista dell’uscita della prima parte del settimo film prevista per il mese prossimo. E ogni volta che lo leggo, mi innamoro sempre di più del personaggio di Severus Snape, il vero eroe della storia, il più coraggioso ed il più dotato di tutti i personaggi creati dalla zia JK.

 

Severus Snape è la vera causa della morte di James e Lily Potter.

 

La sua storia è tra le più tristi che si possano immaginare. Severus è un mezzosangue. Il suo padre babbano era un ubriacone e un violento. Abitava da bambino nello stesso quartiere di Lily e Petunia Evans, ed è stato il primo ad accorgersi che Lily era una strega. La loro amicizia è nata così, da bambini, con lui che le raccontava del meraviglioso mondo di cui entrambi facevano parte, della scuola che avrebbero frequentato, delle possibilità infinite davanti a loro.

 

Naturalmente, per Severus non era “solo” questione di amicizia. Severus ha amato Lily dal primo momento, e per tutta la vita.

 

A scuola, nonostante siano stati smistati in Case diverse, sono rimasti amici. Lily difende Sev dall’arroganza e dagli attacchi – diciamolo, spesso ingiustificati – di James e Sirius, i due ragazzi più pololari della scuola, probabilmente tra i più dotati e sicuramente i più arroganti. Quanto diverso doveva sembrare il povero Severus, mai veramente apprezzato da nessuno se non da Lily, in confronto all’amatissimo James Potter e a Sirius, bellissimo e dotato…

 

Severus comincia  presto a sentire attrazione verso le arti oscure. Colui Che Non Deve Essere Nominato sta reclutando adepti. Nella Casa di Serpeverde insieme a Severus ci sono Lucius Malfoy, Crabbe, Goyle e tutti quelli che sarebbero di li a poco diventati i fedeli Mangiamorte di Voldemort; Severus – che era sempre stato trascurato e maltrattato da famiglia e compagni – non può non restare affascinato dalle teorie di superiorità e dominio che il mago oscuro instilla  nei suoi seguaci.

 

I primi screzi nell’amicizia con Lily avvengono appunto per questo. Lily, una vera Grifondoro, non riesce accettare la voltura di Severus verso le arti oscure; dal canto suo Severus ha visto l’interesse di James per Lily e ne è disperatamente geloso. Nonostante Lily non dimostri inizialmente nessun interesse nel giovane Potter, i rapporti tra lei e Severus sono destinati ad interrompersi bruscamente e definitivamente.

 

E qui il destino interviene.

 

Severus ascolta per caso la Profezia che lega Voldemort ad Harry Potter nel momento in cui viene pronunciata. Deluso ed addolorato per la fine dell’amicizia con Lily,   intravvede la possibilità di salire nella stima del Signore Oscuro, e glie la riferisce


Quello che Severus non immagina,  è che a seguito di questo Voldemort darà la caccia ed ucciderà proprio la “sua” Lily.

 

Devastato dal dolore e dal rimorso, Severus si presenta ad un Dumbledore che lo disprezza, supplicandolo dapprima di proteggere Lily (o anche tutta la famiglia se non si può proprio fare a meno di salvare anche James…) e poi, dopo la sua morte, mettendo a disposizione la sua vita e consacrandola a fare ammenda per quell’unico, terribile, irreparabile errore commesso.

 

Posso solo immaginare il tormento di un personaggio così. Disperatamente innamorato, di un amore che è senza speranze per definizione, perché l’amata non è più in questo mondo. Disperatamente sofferente, atrocemente pieno di rimorso, di colpa, di rimpianti.

 

Ed è in tale stato d’animo che  dopo 10 anni si ritrova davanti il viso del suo vecchio nemico, di quel James Potter che aveva vinto il cuore di Lily come lui non aveva mai potuto. Harry è identico a suo padre, nel viso e nel carattere. Ribelle, arrogante, sicuro di se…. Ma i suoi occhi sono gli occhi di Lily. Ed è questo che lo sprofonda definitivamente nel baratro. Come può lasciar morire gli occhi di Lily una seconda volta? Come può sopportare il disprezzo del figlio, quando aveva già sopportato quello del padre, trasmesso proprio da QUEGLI occhi?

 

Severus odia autenticamente e profondamente Harry. E’ troppo simile a suo padre per non odiarlo. Ma lo sguardo di sua madre che irradia dal suo viso è un eterno e costante monito e ricordo per Severus delle sue colpe imperdonabili. Severus passa i successivi 7 anni a proteggere Harry in nome dell’amore che portava a sua madre….. mentre tutti pensano che la sua intenzione sia quella di distruggerlo.

 

Severus è rimasto nell’ombra. Cresciuto enormemente nella stima di Dumbledore (che infatti si domanda ad un certo punto se lo Smistamento di Severus non sia stato frettoloso…), lavora per “i buoni” mentre finge di essere il numero 2 del Signore Oscuro. Quello stesso Signore Oscuro che ha doti di grande Legilimes, ma al quale la mente di Snape rimarrà sempre nascosta, in virtù delle sue grandissime capacità, misconosciute.

 

Chi è allora il più grande mago di tutti i tempi? Dumbledore? Voldemort? O il piccolo, unticcio e odioso Snape? Chi è il più coraggioso? Chi ha la più grande capacità di amare?

 

Le sue azioni seguenti sono – per sua stessa volontà – fraintese da tutti. Piton uccide Dumbledore… ma è parte di un piano concordato (Dumbledore sta morendo comunque) per salvare l’anima di Draco, che avrebbe dovuto compiere l’omicidio. Prende il posto di Preside ad Hogwards, ma lo fa per proteggere gli studenti piuttosto che per vessarli. Ricorda costantemente a tutti che Harry appartiene al Signore Oscuro… ma lo fa perché nessuno lo uccida… perché la vita continui ad irradiarsi da quegli occhi che lo tormentano e lo stregano da sempre.

 

Piton produce un patronus che ha le sembianze di Lily…. E quando dopo anni ed anni Dumbledore se ne accorge e gli chiede “ma come Severus, dopo tutto questo tempo?” la sua risposta è lapidaria. “Sempre”. Meraviglioso.

 

E la sua morte, la sua morte inutile ed ingloriosa, ancora nel segno dell’amore per Lily. Snape morirà per mano del suo Signore, di Voldemort, che gli richiede questo servizio come estremo segno di fedeltà. Le sue ultime parole sono per Harry, che è presente.

“Guardami”, gli dice. “Look at me”. Severus vuole morire guardando gli occhi di Lily per l’ultima volta, vuole morire sentendo lo sguardo di lei sul suo viso.

 

Piton muore senza requie e senza perdono.La sua redenzione sarà soltanto postuma, quando - grazie ai ricordi passati ad Harry negli ultimi momenti prima di morire - finalmente il suo ruolo, il vero ruolo del suo sconfinato e smisurato amore e coraggio diventeranno chiari per tutti.

 

E dunque Dumbledore aveva ragione. Tutto comincia e finisce con l’Amore. L’amore di una madre che muore per salvare il figlio, l’amore di un professore che protegge i suoi studenti, l’amore di un uomo respinto che distrugge la propria vita nel ricordo di una donna che non è mai stata veramente sua. E chi non riconosce il ruolo dell’Amore, è destinato a soccombere nell’oblio.

martedì 13 luglio 2010

ECLIPSE, OVVERO IL TRIANGOLO.




Ah, l'amour...

Ebbene si, anche questa volta ci sono cascata.
Sono andata a vedere ECLIPSE il giorno stesso in cui
è uscito. Il mio lato romantico non è mai sopito,
principi, vampiri o lupi fa poca differenza.

Un bel triangolo amoroso era giusto quel che ci voleva a questo punto della storia, condito con un po' di gelosia, quel tocco di eros (ma non troppo che l'autrice è mormone) e un bel po' di schiaffoni distribuiti un po' qui e un po' li.



Pronti, via.


Come non identificarsi col povero lupacchiotto respinto? Un bel clichè!
Giovane caldo e focoso, passionale ed appassionato... uno mica tanto politically correct, almeno
lui vivaddio.... uno che cerca di prendersi quello che vuole con una certa qual dose di scanzonata indifferenza. Un cucciolo, nei confronti dell'apparente diciasettenne in realtà centenario succhiasangue, al contrario di lui freddo duro, appassionato ma per niente passionale. Bonazzo,
bisogna dirlo. Innamorato da far schifo. E disperatamente politically correct, pure troppo... e l'anima, e il matrimonio eccheppalle! Vabbè che hai cent'anni, ma suvvia, siamo nel XXI secolo!


Ah arduo compito! Come scegliere tra il latte e il cioccolato? tra il dolce e il salato, tra le sconfinate praterie e le alte cime dei monti?


Ah, ma quanto ci piacerebbe, a tutte quante, avere questo  tipo di difficoltà, anche tutti i giorni, eh???


Io, come vergognosa Twilight mom (vergognosa ma non pentita) sono sempre stata attirata dal vampiro.  Però parliamoci chiaro.... che palle questo  che accetta tutto, che gli va bene tutto, che gli importa solo della felicità di lei, che è disposto a rinunciare  purchè lei sia felice.


Ma rinunciati un po' sto par di ciufoli! Non si rinuncia al proprio amore per il suo bene, non si "lascia libera di scegliere". Si combatte, si gioca cattivo, ci si sporcano le mani! Si va dall'indecisa fanciulla e le si dice chiaro e tondo "bellezza, o scegli me o ti devasto l'esistenza", altro che "tutto quel che conta è la sua felicità, anche se fosse senza di me".


Bello, per carità. Romantico. Nobile. In teoria.



In pratica, un'infinita sega mentale che a lungo andare anche la più principeazzurro-oriented delle donne troverebbe noiosa.


Cari uomini di tutto il mondo: capiamoci.
Essere Edward va benissimo, venerare la propria donna è un DOVERE. Ma quando si viene al punto, non lasciamola insoddisfatta su un letto a baldacchino a riallacciarsi mestamente la camicia. Prendiamoci i nostri rischi e AGIAMO vivaddio.


Altrimenti chi  vi garantisce che come girate lo sguardo, non calino i lupi?

domenica 3 gennaio 2010

IL SEGNO DEI TEMPI.

Ieri stavo leggendo un ariticolo su Focus Storia.


Parlava della dinastia dei Borgia, ed in particolare di Papa Borgia, Alessandro VI, il padre di Lucrezia, per intenderci. Raccontava di come i costumi fossero dissoluti, la moralita´ quantomeno dubbia e le sontuose feste papali ricche di signore compiacenti e giochi a dir poco espliciti.


Questi vengono definiti i "festini da papi".


Fin qui tutto bene.... se non fosse che l´autore si e´sentito in dovere subito dopo - come colto da improvvisa ansia -  di specificare tra parentesi che, benche´ si parli di feste e donne prezzolate, qui "papi" e´ inteso come sostantivo plurale del nome "papa" e non con altri significati che possibilmente si potrebbero attribuire alla parola......................


Santa pazienza, in che tempi viviamo!!!!!


 


 


 

mercoledì 30 settembre 2009

FAVOLA CHEROKEE


Un anziano Cherokee stava seduto davanti al tramonto con suo nipote.


"Nonno, perchè gli uomini combattono?"


Il vecchio, con gli occhi rivolti al sole calante, al giorno che stava cedendo il passo alla notte, parlò con voce calma.


"Ogni uomo prima o poi è chiamato a farlo. Per ogni uomo c'è sempre una battaglia che aspetta di essere combattuta, da vincere o da perdere. Ma ricordati che lo scontro più feroce è sempre quello che avviene tra i due lupi"


"Quali lupi, nonno?"


"Quelli che ogni uomo ha dentro di se'"


Il bambino non riusciva a capire. Attese che il nonno rompesse il silenzio che aveva lasciato cadere tra loro, forse per aumentare la sua curiosità. Infine, il vecchio, che aveva dentro di se la saggezza di molte lune, riprese con il suo tono calmo.


"Ci sono due lupi dentro ognuno di noi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, bugie ed egoismo"


"E l'altro?"


"L'altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede."


Il bambino rimase a pensare un istante, poi chiese


"E quale lupo vince?"


"Quello che nutri di più".

martedì 15 settembre 2009

martedì 18 agosto 2009

ROMANTICO UN PAR' DI BALLE!

Chissà perchè stamattina mi è venuta in mente una vecchia lezone di italiano di quinta superiore.


Una cosa che suona come "la differenza tra eroe classico ed eroe romantico", ma che in realtà è un meraviglioso escursus sul mondo maschile.. e sul perchè sono sempre i dannati che ci fanno girare la testa...


La prima e fondamentale differenza tra i due tipi di maschio in realtà è quella che si scopre per ultima: l'eroe classico è un eroe che vince, l'eroe romantico è inesorabilmente un perdente. E' travolto dagli eventi piuttosto che dominarli, è succube, piccolo e disorientato, ed alla fine ne viene devastato. L'eroe classico invece si erge, statuario e sicuro, granitico, forte e potente, e sbaraglia tutto e tutti. Voglio dire, avete presente Ulisse? Ecco.


guerriero greco


L'altra differenza attiene invece al viaggio piuttosto he alla meta. L'eroe classico è un antipatico saputello saccente con tutte le risposte in tasca. Non pondera, non pensa, non pianifica. Lui semplicemente, SA, tout court. E' stato disgnato in quel modo. Vi immaginereste Ulisse indeciso? Mai! Dategli un mostro, e lui saprà cosa farne!  Un rapido sguardo al panorama, ed ecco che la soluzone di tutti i problemi gli sale alle labbra ed al cuore con una facilità ed una spontaneità disarmanti... ed essendo provvisto egli di tutti gli attributi adatti alla bisogna (muscoli e coraggio in primis), ecco che senza indugio, l'eroe classico... ce la fa. Ne esce. Qualunque sia la situazione in cui si è cacciato - o meglio, in cui è stato cacciato dai capricci della sorte o degli Dei - lui risolve.


Mentre l'eroe romantico, ah.... l'eroe romantico.....



L'eroe romantico si macera. Si distrugge. L'eroe romantico si trova catapultato in situazioni che cambiano completamente il suo modo di concepire la vita, in mondi che gli sono - psicologicamente se non fisicamente - completamente estranei. E' perso, disarmato, sconcertato, possibimente pure cagionevole. Non ha, come invece il suo collega classico, la "consolazione" di sapere di essere nelle mani degli Dei... che per quanto capricciosi, costituiscono - siamo onesti - un bel punto di riferimento. No, lui non ha riferimento alcuno, il cielo di carta si squarcia sopra la sua testa e dietro non c'è nulla. E' solo, in mezzo ad un mondo che non comprende.  Si guarda attorno senza capire fin in fondo quello che succede, e non trova, mai, una soluzione positiva. Soffre, soffre disperatamente, nella sua assordante solitudine, normalmente per amore (di una donna, o della patria, o di quel che volete voi... purchè faccia male), ha tutte le soluzioni in mente ma nessuna nelle mani. E' debole, diremmo oggi, nel senso che non prende "il toro per le corna" ma si immobilizza, si cristallizza nel suo immutato e - ovviamente - impossibile sentimento senza agire. E viene inesorabilmente, disperatamente travolto, senza possibiità di appello, senza redenzione, senza mercede. E difatti, di solito, muore. Non sempre, ma spesso, e possibilmente di sua propria mano. E' nobile, di una nobiltà inutile e un po' autoreferenziale... si sacrifica. Si immola. Ulisse non si immola x niente e per nessuno. Non davanti agli Dei, non davanti agli uomini. Lui FA quello che è stato creato per fare. Trionfa.


Ora.


Per quale misteriosa ragione le ragazze siano sempre attratte dal secondo e mai dal primo... io non lo riesco proprio a concepire (o forse si, e faccio solo finta). Perchè Ulisse è buonobellobravo... e va bene, ma diciamocelo, persino troppo... algido, statuario...così intelligente, così dannatamente perfetto!! Una serata, forse due... giusto per dire che siamo uscite con lo strafigo.. ma a conti fatti, a che gli serviamo, noi, a uno così??


Mentre il Giovane Werther... così depresso, così solo, cosììììì sensibile! Così bravo - inconsapevolmente, magari  - a insinuarsi nelle pieghe del nostro istinto di protezione... della nostra propensione ad accudire... ci stordisce, ci inebria della sua infelicità, ci gratifica con il suo incessante bisogno.


Ci ama, vivaddio, disperatamente, lacerantmente, mortiferamente... non come Ulisse, il macho, che basta a se stesso e che ama con distacco, con logica. Werther non ama con la mente, ma con il cuore... di più: con la sua anima. E la sua anima è pronta a sacrificare in nome di questo amore.


"Se solo gli uomini sapessero, cosa si può ottenere, in cambio di una lacrima..." (Lella Costa)


La mia generazione, cresciuta a colpi di Malombra, di Jacopo Ortis e dei loro disperati consimili, è già perduta per sempre. Anche quelle precedenti sono cresciute con quelle letture, ma le nostre mamme non erano persone da avere tanti grilli per la testa. Noi invece ci abbiamo ricamato, ci abbiamo pianto e ci abbiamo sognato sopra. Ora che anche le ragazzine hanno il  loro moderno eroe bello, dannato e tormentato........ non se ne salverà nemmeno una.


Fortuna che ho due maschi.



 

giovedì 13 agosto 2009

LA PIU' BELLA STORIA D'AMORE MAI SCRITTA


SPOSO: Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L'odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c'è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.
Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d'alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
Fontana che irrora i giardini,
pozzo d'acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.
SPOSA: Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni,
soffia nel mio giardino,
si effondano i suoi aromi.
Venga il mio diletto nel suo giardino
e ne mangi i frutti squisiti.

SPOSO: Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa,
e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo;
mangio il mio favo e il mio miele,
bevo il mio vino e il mio latte.

(...)

SPOSA: Io dormo, ma il mio cuore veglia.
Un rumore! È il mio diletto che bussa:
«Aprimi, sorella mia,
mia amica, mia colomba, perfetta mia;
perché il mio capo è bagnato di rugiada,
i miei riccioli di gocce notturne».
«Mi sono tolta la veste;
come indossarla ancora?
Mi sono lavata i piedi;
come ancora sporcarli?».
Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio
e un fremito mi ha sconvolta.
Mi sono alzata per aprire al mio diletto
e le mie mani stillavano mirra,
fluiva mirra dalle mie dita
sulla maniglia del chiavistello.
(...)

SPOSO: «Chi è costei che sorge come l'aurora,
bella come la luna, fulgida come il sole,
terribile come schiere a vessilli spiegati?».
Nel giardino dei noci io sono sceso,
per vedere il verdeggiare della valle,
per vedere se la vite metteva germogli,
se fiorivano i melograni.
(...)

Le curve dei tuoi fianchi sono come monili,
opera di mani d'artista.
Il tuo ombelico è una coppa rotonda
che non manca mai di vino drogato.
Il tuo ventre è un mucchio di grano,
circondato da gigli.
I tuoi seni come due cerbiatti,
gemelli di gazzella.
Il tuo collo come una torre d'avorio;
i tuoi occhi sono come i laghetti di Chesbòn,
presso la porta di Bat-Rabbìm;
il tuo naso come la torre del Libano
che fa la guardia verso Damasco.
Il tuo capo si erge su di te come il Carmelo
e la chioma del tuo capo è come la porpora;
un re è stato preso dalle tue trecce».
Quanto sei bella e quanto sei graziosa,
o amore, figlia di delizie!
La tua statura rassomiglia a una palma
e i tuoi seni ai grappoli.
Ho detto: «Salirò sulla palma,
coglierò i grappoli di datteri;
mi siano i tuoi seni come grappoli d'uva
e il profumo del tuo respiro come di pomi».
SPOSA: «Il tuo palato è come vino squisito,
che scorre dritto verso il mio diletto
e fluisce sulle labbra e sui denti!
Io sono per il mio diletto
e la sua brama è verso di me.
Vieni, mio diletto, andiamo nei campi,
passiamo la notte nei villaggi.
Di buon mattino andremo alle vigne;
vedremo se mette gemme la vite,
se sbocciano i fiori,
se fioriscono i melograni:
là ti darò le mie carezze!
(...)

SPOSO:Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l'amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l'amore
né i fiumi travolgerlo.



martedì 16 giugno 2009

venerdì 12 giugno 2009

DEAD UNTIL DARK

Beh, vista l'interessante discussione che ne era nata qualche giorno fa, e visto che sono a metà di Dead Until Dark, mi pareva carino un post su questo argomento.


Dunque. Di base, il libro per adesso non mi dispiace affatto, anzi, devo dire che mi piace abbastanza. La trama non è originalissima, bisogna ammettere,  ma comunque regge abbastanza bene. L'idea che i Vampiri abbiano raggiunto il riconoscimento legale è buona. (o forse è originale, è che qui è arrivata dopo altri vampiri....)


I vampiri sono un po' troppo tradizionali per i miei gusti, il che li rende un po' inverosimili (ok ok sempre vampiri sono...). Insomma, via, canini che si allungano, dormire nella terra, il sole che li sgretola e le armi d'argento... da questo punto di vista preferisco i vampiri di Twilight, almeno Edward liquida tutte queste cose come "leggenda".  Però questi vampiri qui - va bene, questO vampirO qui, Bill - ha il vantaggio del fascino cattivo che i Cullen non hanno (essendo tutti buoni come la cioccolata).


Bill è duale, buono e cattivo insieme, rabbioso e gentile, ed è proprio per questo che risulta così eccitante. Cerca di integrarsi nella società umana senza nascondersi, ma non si fa alcun problema a rivelare la propria natura e desidera che Sookie la accetti (diversamente da Edward che invece fa di tutto per negarla). La fascinazione di Sookie per lui dipende anche da questo... e diciamocelo, come ogni ragazza potrà confermarvi, è assolutamente giusto che sia così!


Purtroppo, quello che non mi piace molto è lo stile con cui il libro è scritto. Asciutto, scarno, freddo, quasi del tutto privo di particolari, trovo che pecchi nel dare profondità ai personaggi - cosa che invece non manca in Twilight. E' un modo quasi giornalistico vorrei dire di esporre e francamente non è proprio il mio genere. Va bene, probabilmente soffre un po' la traduzione, ma insomma, lo stile è quello. Io sono per una scrittura più armonica,più rotonda, più dettagliata.


Fin qui, Twilight 2 (vampiri e stile), DUD 1 (il dualismo). Ma... ahimè, cara la mia Zia Stephanie, si capisce troppo bene che hai letto appassionatamente questa saga prima di dare alle stampe il tuo capolavoro.


Insomma... Sookie è telepate e legge tutti tranne Bill (come Edward con Bella); la nonna si chiam Hale (come Jasper e Rosalie); inoltre il vampiro ha ucciso in passato, ma solo persone malvage (come Edward);  esprime commenti sul "sapore" di lei che sarebbe diverso da quello di tutti gli altri (come Edward); si sente protettivo nei suoi confronti (come Edward)... e che miseria, Stephanie, ma una idea originale ce l'hai avuta????????? Sic!!


Inoltre, DUD è pervaso da un senso di eccitazione (sisi, proprio quella eccitazione lì, mica un'altra, proprio quella lì pruriginosa) quasi costante, il che secondo me è un bene, anche perchè Twilight è un libro pensato per gli adolescenti, e con protagonisti adolescenti, e dunque il politically correct americano non consente troppo sesso in queste circostanze. Qui invece parliamo di adulti consenzienti, e diamine, davanti a una cosa affascinante come un misterioso immortale dai muscoli scolpiti maestro di acrobazie erotiche....... chi di noi non cederebbe sulla nuda terra di un cimitero??


Penso che siano libri e storie profondamente diverse e che si rivolgono non tanto a persone diverse quanto a parti diverse delle persone che li leggono. Romantico e appassionato uno, duro e sensuale l'altro. Entrambi hanno un loro perchè.


Credo comunque che DUD  potrà essere uno dei rari esempi in cui la trasposizione per immagini potrebbe piacermi più dell'originale cartaceo... spero di poterla vedere presto!


E adesso, Luis, tocca a te. Devi leggere Twilight  :-)



 

giovedì 7 maggio 2009

NULLA E' COME SEMBRA. L'AMORE SBAGLIATO DI CINDY


Cindy attendeva nella camera nuziale, come ogni sera, che il Principe, suo marito, facesse ritorno. Guardandosi allo specchio doveva ammettere che era stufa di aspettare.

 

Si era stufata quasi subito, in realtà.

 

Lei ed Edoardo si erano sposati dopo essersi visti praticamente una sola volta. Certo, in quell’unico incontro, quella magica sera, era stato tutto meravigliosamente perfetto. Il salone, le dame riccamente vestite, l’atmosfera gioiosa…. La musica, la danza, ed il suo splendido cavaliere, bello da non credere e gentile da far girare la testa… tutto talmente perfetto da farle dimenticare il tempo che passava, le promesse fatte. Quando aveva scoperto, solo il giorno successivo, che lei, proprio lei, era la sposa che lui aveva scelto era stata la realizzazione di tutti i suoi sogni più segreti. E dopotutto, nei sogni non parlano forse i nostri più profondi desideri?

 

Dopo la vita triste che aveva condotto fino a quel momento, non c’era certo da stupirsi che avesse abbracciato l’idea di abbandonare la casa paterna e di buttarsi nella nuova vita con tutto il cuore e con tutta l’anima. Non aveva mai conosciuto la sua mamma, e la sua casa, un tempo ricca di amore e gioia, era diventata un posto decadente e triste dopo la prematura morte del padre. La sua nuova madre e le sorelle che essa aveva portato con se’ avevano scioccamente sperperato il patrimonio che suo padre aveva costruito per lei, infarcite com’erano di progetti di grandezza e magnificenza. Erano le sue sorelle, ad essere destinate ad un grande matrimonio. Erano loro che avrebbero dovuto sposare un nobile e riportare la famiglia agli antichi fasti. La loro madre le aveva istruite fin dall’infanzia nel canto, nel portamento, nella conversazione e nell’arte di sedurre sottilmente facendo moine e mossette, ma quelle due – Cindy sorrideva malignamente tra se ripensandoci – mancavano completamente di quella grazia naturale e di quella gentilezza che avrebbero attratto un buon partito (o anche uno cattivo, a questo punto) anche senza tutte le materne istruzioni.

 

Invece, erano rimaste zitelle ed era stata lei a fare il grande passo. Lei, piccola e delicata come un bucaneve all’apparenza, ma in realtà forte per la vita che aveva dovuto sostenere dopo che tutta la servitù di casa era stata licenziata a causa del rovescio di fortuna.

 

E così, Edoardo l’aveva scelta, dopo averla vista per pochi minuti. Dopo un solo walzer. Certo, bisogna ammettere che Cindy aveva un po’ barato, quella sera. Il suo vestito, le sue scarpine, i gioielli che indossava, tutto era frutto di una sapiente mescolanza e di un’arte antica e potente. Ma lei pensava di meritarsi un po’ di serenità e di amore, dopotutto.

 

E, se vogliamo essere sinceri. I primi tempi della vita a Palazzo erano stati meravigliosi. Il Re gongolava visibilmente, Edoardo era pieno di attenzioni, la servitù la onorava come una principessa. Le giornate passavano tra cavalcate, feste danzanti ed eleganti thé con le dame di corte, che adoravano la nuova giovane sposa del Principe e bramavano il momento in cui avesse dato un erede al regno. Era più di quanto avesse mai sperato nella sua breve ma difficile vita.

 

Ma il sogno, purtroppo, era svanito presto. Edoardo aveva cominciato inesplicabilmente ad allontanarsi da lei. Poco per volta, lentamente… ma inesorabilmente. Una battuta di caccia, un viaggio diplomatico, un affare all’estero. Certo, gli impegni dell’erede al trono erano pressanti, ma Cindy aveva cominciato a pensare che lui le stesse lontano di proposito. Oh, quando c’era, era lo stesso di sempre. Amorevole e premuroso. Solo che non c’era quasi mai. “Passa più tempo con il suo consigliere che con me” pensava con stizza.

 

Ed infatti anche ora, guardando dalla grande finestra ovest della camera che dividevano, poteva scorgerlo nel punto più remoto del giardino, mollemente appoggiato alla balaustra che dava sul lago, mentre parlava animatamente con Rodrigo. Invece di tornare a casa. Invece di adoperarsi perché la discendenza reale fosse assicurata. Quello, era un altro punto dolente. Di questo passo, non avrebbero mai avuto un figlio.

 

 

* * *

 

La serata era magnifica. Il sole calava lento dietro l’orizzonte tingendo di arancione il cielo e le poche nuvole che lo punteggiavano. Edoardo non si stancava mai di guardare lo spettacolo del tramonto. Il crepuscolo era sempre stata la parte della giornata che preferiva. Almeno, fin quando non aveva cominciato a significare che era ora di rientrare a palazzo ed assumere il suo ruolo di marito. Tra i tanti che aveva, era il più difficile.

 

- E’ ora che io torni da mia moglie - disse con un filo di tristezza nella voce

 

Rodrigo, suo consigliere ed amico, non rispose. Sapeva che Edoardo aveva ragione. Tuttavia non riusciva a sopportare la pena e l’angoscia che gli leggeva in volto. Rodrigo riusciva a considerarsi quasi fortunato, di tanto in tanto, ma vedere Edoardo sofferente era qualcosa cui non si sarebbe abituato nemmeno in cento anni.

 

-  Dovresti, si. E’ tardi. Scommetto che ci sta guardando dalla finestra degli appartamenti reali.

 

Edoardo si voltò istintivamente verso le finestre della camera nuziale, sorrise mestamente e si alzò. Passò accanto a Rodrigo mentre con passo malcerto si dirigeva verso il palazzo, e gli sfiorò la spalla con la mano, impercettibilmente. Colto da un impulso improvviso, Rodrigo lo afferrò per il braccio.

 

-  Edoardo, non posso vederti in questo stato. Basta, non si può andare avanti così.

 

Edoardo ebbe un moto di stizza e si liberò violentemente della stretta. Un gruppo di passeri, spaventati dal movimento repentino, si librò in volo facendo frusciare le fronde della quercia sotto la quale Rodrigo si trovava seduto.

 

-  Smettila, d’accordo? Siamo in mezzo al giardino. Sai come la penso. Abbiamo già corso troppi rischi, troppe stupide azioni avventate. E’ un miracolo che non siamo sulla bocca di tutti. Non voglio fare di nuovo questo discorso, mi hai capito bene? – la voce di Edoardo era rude. Ma poi aggiunse, con più dolcezza – Non voglio litigare di nuovo con te.

 

Rodrigo si scostò, lo sguardo basso.

 

- Come desideri, mio Principe – rispose.

 

Edoardo rimase colpito dalla nota di rassegnazione che colse nella voce di Rodrigo. Lo conosceva meglio di chiunque altro. Anzi, entrambi si conoscevano l’un l’altro meglio di chiunque altro. Erano stati amici da bambini, avevano giocato insieme prima, cavalcato insieme poi. Erano stati inseparabili. I due baldi cavalieri, li chiamavano le balie e le serve di palazzo, che non mancavano mai di notare quanto fosse bello l’uno e quanto sembrasse triste l’altro. Rodrigo era sempre stato il più malinconico dei due, fin da piccolo. Forse perché aveva raggiunto la piena consapevolezza di se prima del suo compagno, ed aveva capito, fin da subito, fin da bambino, che questo avrebbe portato ad entrambi solo sofferenza. Aveva un animo gentile e sensibile, poetico, ed in un mondo dove gli uomini non piangono, molte volte si era dovuto nascondere per non disonorare suo padre – il generale dell’esercito reale - con delle lacrime improvvise. Nessuno l’aveva mai scoperto: era maestro di camuffamento, e se decideva di non farsi trovare, nessuno lo avrebbe trovato. Aveva sempre vissuto così, nascondendosi. Fino alla volta in cui Edoardo, avevano entrambi 15 anni, l’aveva seguito e scorto.

 

Allora, non avevano più potuto esserci segreti tra loro. La consapevolezza di uno era diventata quella dell’altro, e le lacrime di uno avevano bagnato il viso dell’altro, che pure aveva gli occhi asciutti. Avevano continuato ad essere inseparabili, benché una volta diventati adulti avessero dovuto trovare un motivo plausibile per esserlo. E così Rodrigo era diventato il Primo Consigliere del Principe. Una scusa perfetta.

 

Edoardo sapeva quanto costasse a Rodrigo la situazione che si era creata dopo il suo matrimonio con Cindy. Era stato, brevemente, quasi felice con lei. Non che l’amasse, chiaramente, ma la sua compagnia era piacevole, la conversazione brillante, e la vita di palazzo aveva avuto una svolta mondana, nei primi mesi dopo il matrimonio. Questo, unito alla necessità di procurarsi una discendenza, aveva allontanato temporaneamente Edoardo da Rodrigo in un modo che Rodrigo aveva accettato in silenzio, consapevole ancora una volta del suo ruolo e del suo posto nel mondo.

 

Per questo, gli parlò con più gentilezza.

 

-  Rodrigo, cosa vuoi che faccia? Di nuovo, cosa vuoi che faccia?

 

L’espressione di Rodrigo era dolce, ma il suo tono duro, deciso.

 

- Diglielo. Edoardo, diglielo, e che sia finita. Se dobbiamo andar via, andremo. Ma ti prego, ti prego, basta!

 

Edoardo tacque. Quante volte aveva pensato di farlo! Ogni giorno, si era figurato la situazione, aveva ricercato il momento giusto, aveva persino pensato alle parole, alle frasi, più adatte perché lei comprendesse. Parlare con il Re non era neppure lontanamente proponibile, però forse Cindy… ma detestava l’idea di farle del male. Sapeva quanto aveva già sofferto.

 

-  Non posso. Sai che non posso. Le mie responsabilità non me lo consentono. Senza contare che ucciderei mio padre.

 

Rodrigo sorrise. Come aveva fatto molte altre volte nel corso della loro lunga amicizia, abbozzò, quasi senza lottare.

 

- Lo so - disse – lo so da sempre, fin da bambini. Il regno, tuo padre, l’amore del popolo… tutto viene prima, sempre prima di me.

 

Edoardo rimase stupito da quella frase. Ma poteva capire il punto di vista di Rodrigo. Tuttavia rispose:

 

- Non è così. Non di te. Queste cose vengono prima di ME.

 

* * *

  

Cindy stava alla finestra. Aveva guardato i due parlare, ed il loro dialogo le era sembrato stranamente accorato. Improvvisamente, i loro sguardi, la postura, il modo in cui si voltavano uno verso l’altro parlando, le parvero avere un loro nascosto significato. Ancora di più, le sembrava importante il modo in cui non si guardavano, o non si voltavano l’uno verso l’altro ma piuttosto nella direzione opposta, come per allontanarsi, ma senza riuscire a farlo. Un significato che, tutto d’un tratto le sembrava terribilmente semplice. Quasi ovvio. Si chiedeva come avesse fatto a non capire. Le battute di caccia, i viaggi, il tempo passato insieme… Doveva essere stata cieca, per non vedere quello che aveva davanti agli occhi.

 

Balzò via dalla finestra, come se bruciasse. Era disorientata e confusa. Aveva percepito la verità che si celava dietro le apparenze, e la stanza aveva cominciato a vorticare attorno a lei, minacciando di farla cadere sul pavimento. Chiuse gli occhi tentando di riprendere il controllo. Si chiese come si sarebbe dovuta sentire. Offesa, umiliata… tradita?

 

La verità era che si sentiva sollevata. Sollevata nel comprendere, finalmente, che la ragione della freddezza di suo marito nei suoi confronti, in fondo, non dipendeva da lei. Che non ne era la causa. Che c’erano ben altri motivi, motivi con i quali lei non aveva nulla a che fare. Si era tormentata notti e notti domandandosi cosa ci fosse di sbagliato in lei, perché Edoardo dividesse così raramente il talamo nuziale. Si era chiesta se lui la trovasse brutta, bisbetica, poco desiderabile.

 

Cindy era una ragazza molto giovane, dopotutto. Non aveva la superbia delle sue sorellastre ne l’ambizione della sua matrigna, ma sentirsi attraente faceva parte dei suoi desideri come di quelli di qualunque altra giovane donna. Vedere che suo marito, il suo bellissimo e perfetto marito non la desiderava, le aveva procurato un dolore profondo… ma, si rendeva conto ora, non era il cuore spezzato che doleva, piuttosto l’orgoglio ferito. Aveva amato Edoardo più per quello che lui rappresentava che per se stesso. Un deplorevole comportamento… che tuttavia ora le concedeva di pensare ad una soluzione piuttosto ardita.

 

Era tutto considerato un gran sollievo, invece che una pena, rendersi conto di come stavano realmente le cose.

 

Si guardò allo specchio e sorrise a se stessa.

Aveva subito per anni i desideri di suo padre, da bambina, della matrigna e delle sorellastre da ragazza, e ora, da donna non sarebbe rimasta in balia di un uomo che non poteva amarla.

 

Avrebbe preso in mano la situazione. Era stupita di se stessa, della sua decisione e della rapidità con cui l’aveva presa.

 

Quando Edoardo entrò nella camera, stava ancora sorridendo.

 

- Mi sembri di ottimo umore, stasera, moglie mia – disse Edoardo sforzandosi di apparire allegro.

- Lo sono, in effetti, mio caro. – disse lei – Questa sera, guardando fuori dalla finestra verso il giardino, alcuni pezzi del mosaico della mia vita hanno trovato improvvisamente il loro posto.

 

Guardando verso il giardino. Edoardo ebbe un moto di terrore. Cosa aveva visto? Era possibile che avesse intuito?

 

- Me ne rallegro… - disse, prudente.

- Devi, perché riguarda anche la tua vita. – Cindy era sempre più sorridente e si sentiva sempre più audace – Ma prima vorrei farti una domanda. E’ una domanda molto importante, dunque ti prego di pensarci attentamente. Non credi che tra marito e moglie non dovrebbero esserci segreti?

 

Edoardo era costernato. Temeva che Cindy avesse capito più di quanto fosse prudente che capisse, e tuttavia non comprendeva appieno dove volesse arrivare con questo discorso, che prometteva di essere piuttosto complicato. La guardò ansiosamente, in attesa che lei chiarisse.

 

- Io non sono stata una buona compagna, per te, Edoardo.- proseguì Cindy - Credimi, mi dispiace infinitamente. Ho fatto di tutto per essere all’altezza del mio ruolo, ma purtroppo stasera devo confessarti di averti nascosto un segreto.

 

Edoardo era sempre più perplesso, e aveva un’idea sempre meno chiara di quello che stava succedendo. Allora non era il suo segreto che Cindy aveva in qualche modo percepito? Era un segreto d’altra natura, un segreto che riguardava lei? Che tipo di segreti poteva celare la giovane principessa, che era costantemente vegliata da schiere di servitrici e guardie di palazzo?

 

-  Cindy, mia carissima Cindy, non c’è cosa che tu non possa dirmi o che io non possa perdonarti

- Lo so. Tu sei buono e tollerante con me. Per questo ho deciso, pochi minuti fa, proprio mentre tu parlavi con Rodrigo – e qui, Cindy si concesse una breve pausa, sperando che risultasse d’effetto – che non posso più nasconderlo. Edoardo, io sono innamorata di un altro uomo.

 

Un fulmine a ciel sereno. Edoardo non poteva credere a quello che stava succedendo li, tra le pareti della sua propria camera da letto. In meno di mezzo minuto, tutta la sua vita aveva subito un cambio di direzione imprevisto quanto repentino e totale. Cindy innamorata di un altro? Come poteva essere?

Il suo sguardo era di ghiaccio. Ma lei sapeva che anche per lui il sollievo era molto superiore al dolore.

 

- Ma… cosa significa? Come? Chi…?

- Mio caro marito, questo non ha molta importanza, non credi? Oh, mi dispiace, mi dispiace. Ma credimi, non è colpa tua. Tu sei stato un marito premuroso ed affettuoso… e so che… so che sei stato anche un marito fedele, per quanto hai potuto. Ci siamo affrettati a sposarci, ed ognuno di noi due aveva dei validi motivi per farlo, ma non credo di sbagliare se dico che nemmeno per te, questi motivi comprendevano l’amore nei miei confronti.

- Cosa dici? Come ti viene in mente che io…. – Edoardo era talmente abituato alla necessità di nascondersi, che recitò la sua parte istintivamente.

- No, Edoardo, no. Ti ricordi? La domanda che ti ho fatto? Non sarebbe infinitamente meglio se tra noi due non ci fossero più segreti? Mai più? Di nessun genere?

 

Edoardo restò un momento in silenzio. Era forse questa l’occasione che aspettava? Era giunto il momento di fare quello che Rodrigo gli chiedeva ormai da molti anni? Rivelare finalmente la verità ed essere libero? Cindy lo stava incitando a farlo? Quanto sapeva? Quanto aveva capito? Edoardo decise in un attimo… ma non ebbe il coraggio di andare fino in fondo.

 

-  Quello che dici è vero, Cindy. Mi duole ammetterlo, ma è così.


Non aggiunse altro. Cindy contava proprio su questo. Era arrivata al punto che desiderava. La parte difficile veniva adesso.

 

- Bene – disse, ed Edoardo si chiese come facesse una donna il cui marito le aveva appena confessato di non amarla ad apparire tanto serena – ti ringrazio per la tua sincerità. So quanto ti sia costato ammetterlo. Sono molto lieta che abbiamo finalmente avuto modo di chiarire questa spiacevole situazione. Più che lieta. Ne sono felice. Ad essere sincera, sono talmente euforica, mio caro Edoardo, penso che uscirò, questa notte. Andrò via dal palazzo, forse andrò a trovare le mie sorelle nella mia vecchia casa. Soltanto per una notte.

-  Ma, Cindy – rispose Edoardo perplesso – a quest’ora, così, improvvisamente… ah, capisco. Vuoi andare da lui? Dal tuo innamorato?

-  No, no mio caro. Non sono tanto avventata. Tuttavia ho bisogno di allontanarmi per un po’. Non ti nascondo però che mi rincresce di lasciarti solo così tutto d’un tratto, dopo una tale difficile conversazione. Quindi avrei pensato… - e qui lo sguardo di Cindy si accese, e il suo tono si abbassò mentre lo guardava intensamente – che forse potresti chiedere a Rodrigo di restare con te, per questa notte.

 

Edoardo era senza parole. Cindy andava via e gli proponeva di cercare la compagnia di Rodrigo? Cindy che aveva guardato dalla finestra e li aveva visti discutere solo pochi minuti prima? Cindy, che con quello sguardo, ora sembrava voler dire più di quanto le sue labbra pronunciassero?

 

Edoardo improvvisamente capì. Cindy sapeva. Li aveva visti parlare, forse aveva sentito qualche parola arrivare dal giardino, ed aveva capito. Conosceva il suo segreto. Il loro segreto. Il segreto del Principe e del suo Consigliere. Il segreto inconfessabile che lo aveva tenuto sveglio, notte dopo notte, nel timore di venir smascherato e nel dolore di non poter scegliere la vita che voleva condurre. In un momento, tutto era rivelato. Ma forse, per quanto incredibile apparisse, non tutto era perduto.

 

-  Non essere spaventato, Edoardo. – Cindy parlava con gentilezza, e con un sorriso quasi materno, come di chi avesse scoperto un bambino a rubare nella dispensa, ma non intendesse punirlo - So che ora lo sei, e lo capisco. Ma provvederò ad uscire senza essere vista, per evitare le chiacchiere. E mi assicurerò che questa ala del palazzo resti immersa nel più assoluto riserbo, da ora in avanti. Nessuno – Cindy sembrava faticare a scegliere le parole – nessuno potrà sapere chi dorme in questa stanza, né quando. Mi comprendi, mio caro marito, mio dolce Principe?

 

Cindy non credeva alle sue stesse parole, all’audace soluzione che aveva ideato nei soli pochi minuti che ad Edoardo erano occorsi per salire attraverso il giardino fino agli appartamenti reali. Nemmeno mentre udiva se stessa pronunciarle, poteva credere di essere proprio lei, a parlare. Per parte sua, Edoardo era talmente sconvolto da apparire quasi paralizzato, come congelato, sospeso nell’istante in cui aveva compreso quel che Cindy gli stava proponendo. Un istante che gli appariva eterno.

 

- Cindy…

- Sssh, marito mio, sssh. Non c’è bisogno di aggiungere nulla. La nostra vita continuerà come sempre. Solo che invece di avere segreti tra noi, ne condivideremo uno. Uno molto importante. Non credi anche tu che sia la migliore soluzione, tutto considerato?

 

Edoardo credeva di si. Stentava ancora a crederci, ma lo credeva con tutto il cuore, lo credeva con tutta la passione con la quale, ora, avrebbe bussato alla porta del suo consigliere e gli avrebbe spiegato quali straordinari cambiamenti si erano prodotti nel giro di pochi, brevi minuti.

 

- Cindy, io non avrei mai creduto… nessun uomo… nessun uomo ha mai avuto fortuna maggiore di me nella scelta della propria moglie – disse Edoardo con voce spezzata.

 

Cindy sorrise, lo baciò sulla guancia ed uscì dalla stanza con uno svolazzo di seta, con un sorriso sulle labbra e con il cuore considerevolmente più leggero di quel che fosse soltanto un ora prima.

 

Percorse quasi correndo il corridoio, la scalinata, l’atrio del palazzo dando velocemente istruzioni alla servitù perché non disturbassero il Principe per nessuna ragione.

 

Volava, più che camminare, mentre si apprestava ad attraversare i cancelli che l’avrebbero portata definitivamente fuori dal palazzo, pur senza sapere al momento dove sarebbe andata. Si, tutto sommato, forse avrebbe fatto visita alla sua casa paterna. Un letto per lei, per una notte, ci sarebbe certamente stato. Forse avrebbe persino chiesto di dormire nella soffitta, come da bambina, circondata dai topolini bianchi che solevano farle compagnia quando era troppo triste per piangere e troppo stanca per dormire.

 

L’altro uomo era una scusa, naturalmente. E a dire il vero nemmeno troppo credibile. Cindy l’aveva semplicemente inventato, perché non desiderava che lui si sentisse colpevole o si vergognasse di se stesso. Le era sembrato il modo più semplice, anche se la loro nuova vita senza segreti era cominciata con una piccola bugia. Inoltre, desiderava ardentemente quella libertà che aveva intravisto per se stessa, nel momento in cui aveva capito il senso di quel che stava guardando in giardino. Edoardo era stato troppo sorpreso per soffermarsi a riflettere. Forse lo avrebbe fatto domani, o il giorno dopo, ma ormai ciò che andava detto era stato detto, e non si tornava indietro. Cindy non era innamorata di nessuno. Non ancora. Ma lo sarebbe stata, oh si. Lo sarebbe stata presto. E il regno avrebbe avuto un erede, anche se non necessariamente di sangue reale. La sua vita, per quanto si fosse infinitamente complicata, le sembrava ora quanto mai attraente, quanto mai ricca di promesse.

 

Mentre si apprestava ad uscire, il grande orologio della torre suonò l’ora del cambio della guardia. Cindy si fermò per lasciare passare la guarnigione che andava a dare il cambio a quella che aveva vegliato fino a quel momento. Era sempre stata affascinata dagli uomini in uniforme, ed anche la sua fascinazione per Edoardo la sera del ballo era in parte dovuta all’elegantissima alta uniforme che lui indossava per l’occaisone. Nel passare, si accorse che uno dei soldati che smontavano, uno tra i più giovani, voltava impercettibilmente il viso per guardarla con ammirazione, senza riuscire a trattenere un sorriso.

 

Cindy si voltò, e gli sorrise a sua volta.

mercoledì 22 aprile 2009

ANCORA SENZA PAROLE.




La follia va diffusa


Il più possibile.


Per difendersene.


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Grazie.




 

martedì 3 marzo 2009

NULLA E' COME SEMBRA: IL LUPO CATTIVO

 

Quando Aki nacque, nessuno nel bosco si aspettava che l’anziana lupa Solima avrebbe avuto un altro cucciolo.

 

La sua famiglia era già molto numerosa, e i suoi figli erano ormai tutti adulti.

Il padre, il lupo grigio Nakido, era stato molto felice quando Solima gli aveva annunciato che avrebbero avuto un nuovo figlio. Felice e un po’ preoccupato.

 

-         Solima, ma sei sicura? Alla tua età… potrebbe essere pericoloso…

-         Forse, mio caro, forse. Ma pensa come sarà bello, sentire ancora rumore di zampette in giro per la tana!!

 

Così tutto il branco si era messo in attesa di quel cucciolo imprevisto, e quando era nato il piccolo Aki non aveva avuto un padre e una madre, ma almeno 20 padri e 20 madri! Tutti lo coccolavano, lo vezzeggiavano, lo viziavano portandogli delizie da mangiare quando Solima non vedeva e lo consideravano un po’ loro il figlio, un po’ il loro fratellino.

 

Aki, insomma, era il lupacchiotto più felice e beato che si fosse mai visto.

 

Dopo il primo inverno, passato al caldo e al sicuro della propria tana, con l’arrivo della primavera Aki cominciava ad uscire e ad esplorare il mondo. Era molto vivace e curioso di tutto, e faceva amicizia facilmente con ogni creatura vivente si trovasse davanti. Tra i suoi più cari compagni di gioco c’erano un coniglio e uno scoiattolo, coi quali spesso si assentava per giornate intere, girovagando per il bosco.

 

Bisogna dire che Aki era anche un po’ avventato, e spesso si ficcava in situazioni dalle quali non sapeva più uscire, come quella volta che per inseguire una farfalla si era trovato aggrappato al ramo di una quercia, e ci erano voluti 4 dei suoi fratelli per tirarlo giù; o quell’altra volta, quando volendo assaggiare il sapore del pesce aveva cercato di prenderne uno nel ruscello vicino alla tana, riuscendo soltanto a cadere in acqua e a farsi ripescare da Nakido, arrabbiatissimo per la sua imprudenza.

 

Solima lo capiva: anche lei era stata molto vivace da cucciola. Inoltre Aki era spesso solo, perché lei era piuttosto anziana e non aveva la forza di seguirlo dovunque; i suoi fratelli e sorelle erano spesso a caccia e quindi non sempre potevano badargli come si deve.

 

Fu per questo che un giorno Nakido decise di impartirgli una importante lezione.

 

Partirono insieme per una lunga passeggiata nel bosco, e Nakido gli parlò a lungo del pericolo, di come evitarlo e di come riconoscerlo.

 

Oltre a questo, gli spiegò che era completamente inopportuno, per un lupo, fare amicizia con dei conigli o degli scoiattoli. Aki non capiva. “Ma perché, papà?” chiedeva. Le spiegazioni gentili di Nakido non lo soddisfacevano, fino a che il grosso lupo grigio dovette dirgli le cose come stavano veramente. “Noi siamo cacciatori, figliolo. Conigli e scoiattoli sono le nostre prede. Un giorno, potresti dover mangiare i tuoi amici”

 

Aki ne rimase sconvolto… ma non al punto di rinunciare. “IO non mangerò mai i miei amici” pensava “nemmeno se dovessi morir di fame”.

 

Nakido sorrideva dell’ingenuità di quel cucciolo. Sapeva che prima o poi, la vita gli avrebbe fatto capire le cose che lui, in quel momento, non poteva. Era così che le cose andavano, tra cacciatori e prede.

 

-         Ma la cosa più importante che devo dirti oggi, figliolo – proseguì Nakido – è un’altra. C’è un animale dal quale devi assolutamente guardarti. Non avvicinarti mai, fuggi se lo fiuti, nasconditi se non puoi fuggire. E’ l’animale più pericoloso di tutti, più letale anche di tutto il branco riunito.

 

Aki era attentissimo.

 

-         E che animale è, papà?

-         E’ L’essere umano.

-         Essere umano? Cos’è un essere umano?

-         Gli esseri umani non abitano nel bosco, ma spesso lo attraversano. Camminano solo sulle zampe di dietro, e quelle davanti gli penzolano accanto al corpo pronte ad afferrare qualunque cosa gli passi vicino. Sono crudeli, uccidono non soltanto per mangiare, ma anche per puro divertimento. Possono creare il fuoco che tutto divora, e hanno un arma potente, che chiamano fucile, che serve per uccidere gli animali a distanza.

 

Aki non aveva mai sentito niente di più terrificante.

 

-         Starò alla larga, papà, puoi credermi! – disse convinto, con le zampe che gli tremavano.

 

Dopo questa chiacchierata sembrò per qualche giorno che Aki fosse diventato più prudente e più giudizioso. Ma una mattina, uscendo dalla tana, sentì il profumo più delizioso, più spettacolare, più irresistibile che si fosse mai propagato per la foresta. Tirò su il naso bene bene in alto, e lo seguì.

 

Percorse poche centinaia di metri, si accorse di trovarsi in un tratto di bosco senza alberi e senza erba per terra. Una striscia di terra che si allungava davanti lontano lontano attraverso la vegetazione e di cui non si vedeva ne l’inizio da una parte, ne la fine dall’altra. Stava ancora chiedendosi di cosa si trattasse, quando il profumo tornò a colpirlo. Si voltò e vide che proveniva da….. beh, proveniva da….. oh, insomma, ma cosa diavolo era quell’animale a due zampe che procedeva velocemente verso di lui????? Il profumo sembrava arrivare da un cesto che l’animale portava con una delle zampe davanti, che stranamente non poggiavano per terra ma stavano sospese per aria.

 

Ehi, un momento! Un momento un momento un momento………… oh accidenti, ma quello è un essere umano! Aki fece un balzo indietro. Era tremendamente spaventato, dopo i racconti del padre, ma come spesso accade ai cuccioli, la curiosità era superiore allo spavento. Si acquattò nei cespugli e osservò l’umano che camminava. Sembrava un cucciolo, anzi, una cucciola femmina. Emetteva rumori gradevoli con la bocca, e saltellava come se fosse molto felice. Aveva una cosa, una specie di grosso pezzo di qualcosa del colore delle fragole che le copriva la testa e le pendeva dalla schiena, arrivando quasi fino ai piedi. Ad ogni oscillazione del cestino, il profumo faceva perdere ad Aki il lume della ragione. Per fortuna, velocemente, l’essere umano cucciola sparì dalla vista e Aki fece ritorno a casa.

 

Il giorno dopo, lo stesso profumo lo accolse all’uscita della tana. Tornò sui passi del giorno prima, nella speranza di vedere nuovamente quello strano animale e il suo cestino, ed infatti dopo poco eccola comparire in fondo al sentiero.

 

Aki si fece coraggio e mosse un passo verso di lei. La bambina si fermò improvvisamente, come impaurita, ma poi lo guardò sorridendo.

 

-         oh ma che bel cucciolino! Vieni piccolino, vieni…

 

Aki non capiva i suoni che uscivano dalla bocca di lei, ma incoraggiato dal suo atteggiamento amichevole si avvicinò. Lei lo accarezzò sulla testa e gli fece il solletico sulla pancia, come faceva qualche volta sua mamma, e Aki si convinse di non correre alcun pericolo.

 

-         Hai fame, piccolino? Eh? Hai fame? Ho qui qualcosa di buono… guarda! Ti piace?

 

La bambina aveva aperto il cestino e il profumo fragrante di quel che c’era dentro si sparse tutto attorno. Aki non poteva credere al suo stesso naso: quello doveva essere il profumo del paradiso dei lupi! La bambina tirò fuori una grossa frittella e la porse ad Aki, invitandolo ad assaggiare.

 

Aki assaggiò quella ed altro. Non aveva mai mangiato niente di così saporito e così delizioso. Leccò le mani della bimba per ringraziarla e mentre se ne andava, restò impigliato nei suoi vestiti. Lei rise di gusto

 

-         Ahah piccolo lupo, hai ragione, il mio mantellino rosso è un vero impiccio! Io lo detesto! Ma la mamma insiste che devo metterlo, e così mi tocca ubbidire. Qui, aspetta che ti libero!

 

Così dicendo lo liberò ed Aki corse via, verso la tana.

 

Sulla via del ritorno riflettè su quello strano incontro. Non c’erano dubbi che quella fosse un essere umano. Eppure era stata gentile e gli aveva offerto del cibo. E non aveva in mano nulla che sembrasse un arma. Sicuramente suo padre aveva esagerato parlando degli esseri umani. La bambina non sembrava affatto pericolosa. Ciò nonostante, Aki valutò che fosse meglio non informare la famiglia della nuova, improbabile amicizia che aveva stretto.

 

Nei giorni e nelle settimane seguenti, Aki incontrò spesso la bambina col cappuccio rosso. Lei gli dava sempre qualcosa da mangiare, giocava con lui qualche minuto, e poi proseguiva per la sua strada, giù, lungo il sentiero. Evidentemente doveva avere una tana, laggiù.

 

La primavera lasciò il posto all’estate e l’estate all’autunno, e non passava giorno che Aki e la bambina col cappuccio rosso non passassero qualche tempo insieme giocando o camminando o mangiando le frittelle che uscivano magicamente dal cestino. Era ormai diventata la sua più cara amica, e Aki l’attendeva al sentiero ogni mattina, con impazienza. Del resto, lei sembrava altrettanto lieta di vederlo.

 

Ma quando anche l’autunno finì e cadde la prima neve, la bambina non tornò. Aki era molto triste, ma capiva che probabilmente, per quegli esseri spelacchiati senza pelliccia non doveva essere piacevole andare in giro con quel freddo. Così si dispose ad attendere la fine dell’inverno sperando che con la nuova primavera la sua amica sarebbe tornata.

 

Nel frattempo Aki cresceva. Durante l’inverno aveva messo su una bella pelliccia folta e dorata, ed era diventato sempre più esperto nella caccia, tanto che ormai i suoi fratelli lo portavano quasi sempre con loro per le battute più importanti. Aki ne era molto orgoglioso, e benché avesse ormai l’aspetto di un lupo adulto, dentro di se era ancora un giocherellone ed un combinaguai, come era sempre stato.

 

L’inverno finì e tornò la primavera. Una mattina, come l’anno precedente, il profumo di frittelle aleggiava nell’aria quando Aki uscì dalla tana. Che gioia! La sua amica stava tornando!!! Si affrettò verso il sentiero e vistala che arrivava allegramente col suo cestino, le corse incontro, le saltò sulle spalle e cominciò a leccarle la guancia uggiolando tutto contento.

 

Ma la bambina urlò. Un urlo terribile, acuto e penetrante. Afferrò una pietra da terra e la picchiò violentemente sulla fronte di Aki, che indietreggiò incredulo. Si fermò al centro del sentiero assumendo per istinto la posizione di difesa, cercando di capire cosa stesse succedendo. La sua amica non smetteva di urlare e di lanciargli addosso tutti i sassi che trovava a tiro. Aki, disperato, fuggì.

 

Il giorno dopo, Aki non si mosse dal bordo del sentiero. Attese di vedere se la bambina arrivava, ma quando la vide fu sorpreso di scoprire che non era sola. Si nascose in un cespuglio a guardare e vide che l’altro essere umano che la accompagnava, che era più grosso e più peloso di lei, aveva in mano un oggetto che aveva tutta l’aria di essere quel “fucile” di cui suo padre gli aveva parlato tanto tempo prima. Aki non poteva credere che lei volesse fargli del male, e non uscì dal suo nascondiglio.

 

Nei giorni seguenti, la bambina fu spesso accompagnata dall’uomo col fucile. Aki non si azzardò a farsi vedere, anche se avrebbe tanto voluto che tutto tornasse come prima, come quando erano amici. Un giorno lei apparve sola. Aki ne fu molto felice, ma quando si avvicinò vide che brandiva in mano un grosso bastone e che camminava lanciando occhiate attorno al sentiero come se si aspettasse che qualche mostro spaventoso potesse uscire e catturarla. Il giovane lupo proprio non capiva. Cosa mai era cambiato?

 

Era talmente triste che passava la maggior parte del tempo girovagando senza meta per il bosco. Una mattina, si trovò davanti ad una strana costruzione di pietra, che non aveva mai visto, dove era molto forte l’odore della bambina col cappuccio rosso.

 

Ci girò un po’ intorno, e capì infine che quella doveva essere la tana cui la sua amica si dirigeva ogni giorno, col suo cestino di frittelle. Decise di aspettarla. Si accucciò davanti a quello che sembrava un ingresso, e si dispose ad attendere con pazienza.

 

Lei arrivò poco dopo. Appena lo vide, si mise a gridare e a correre. Aki si alzò e si incamminò lentamente verso di lei, col muso basso e la coda tra le zampe, per cercare di tranquillizzarla. Le sue urla attirarono persone che improvvisamente cominciarono ad arrivare da ogni parte. Esseri umani armati di fucile sbucavano fuori come funghi dopo un temporale estivo, ed Aki capì che era a questo che suo padre si riferiva, quel lontano mattino, parlando di quanto sono pericolosi gli umani. Ciò nonostante, non scappò. La sua amicizia con la bambina dal cappuccio rosso era più importante. Restò immobile, a guardarla, fisso, con lo sguardo obliquo e cercando di emettere dei suoni tranquillizzanti. Anche la bambina lo fissava, con la sua mantellina rossa che svolazzava al vento.

 

Improvvisamente, qualcuno sparò. Aki perse il controllo. L’istinto prese il sopravvento, egli si girò ed azzannò ad una gamba una vecchia signora, che nel frattempo era uscita dalla casa per vedere cosa stesse succedendo. Tutti gli uomini si avventarono nella sua direzione e lui mollò immediatamente la presa, dispiaciuto per quello che aveva fatto. Non aveva avuto intenzione di far del male a nessuno, ma solo di difendersi. Ma a quel punto, temeva che non ce l’avrebbe fatta, ne a fuggire ne a difendersi. Snudò i denti, ed attese.

 

Improvvisamente la bambina gridò. Ma non fu un grido di terrore, aveva più l’aria di un avvertimento.

 

-         Aspettate! Aspettate! Fermatevi, tutti, fermatevi!

 

Tutti si voltarnono a guardarla, come se fosse impazzita. Lei si avvicinò lentamente ad Aki

 

-         Lupacchiotto… ma sei tu? Oh Lupacchiotto! Non ti avevo riconosciuto, sei così cambiato! Non fategli del male!

 

Gli uomini con il fucile si guardarono per un attimo, allibiti. Videro la bambina avvicinarsi al lupo, cercarono di trattenerla ma lei si divincolò e si accostò ad Aki. Gli porse la mano, e lui la leccò gentilmente. Poi, approfittando del momento di calma, scappò via e si inoltrò nella foresta.

 

Prima di scomparire alla vista, si voltò e lanciò un ultimo sguardo alla bimba col cappuccio rosso, che a sua volta lo guardava fisso. Poi, se ne andò.

 

Tornato alla sua tana, disperato e piangente, raccontò a suo padre tutta la storia. I lupi erano in allerta, avevano avvertito la presenza di molti esseri umani e stavano in guardia. Aki confessò la sua amicizia con la bambina, e chiese perdono a Nakido per avergli disobbedito.

 

-         Figliolo, ora capisci quello che intendevo. Cacciatori e prede non possono essere amici. – disse il padre lentamente – solo che in questo caso non sei tu il cacciatore, ma sei la preda.

 

Aki capiva. Capiva che il suo istinto lo avrebbe portato ad attaccare quelle persone per difendersi, così come loro lo avevano attaccato credendo che la loro cucciola fosse in pericolo. Capì che non avrebbe potuto più essere amico di quella bambina gentile, e ne fu molto triste.

 

Da quel giorno, Aki non si avvicinò mai più agli esseri umani e ai loro fucili. Ma quando la mattina partiva per la caccia, passava sempre vicino al sentiero dove lui e la piccola umana avevano passato tanto tempo insieme

 

E sempre, trovava una frittella lasciata li per lui.

lunedì 12 gennaio 2009

DISPERATE, POI, PERCHE'?

Beh, ragazzi che quartetto.


Ci siamo tutte, dentro quelle quattro, tutte noi. Sono tutte le donne, sono archetipiche, oserei dire....


Bree... oh, Bree. A volte sono tentata di odiarla, Bree.


Bree così controllata, così perfetta, così precisa... eppure certe volte vorrei essere come lei. Sempre tutto sotto controllo, sempre tutto in ordine, casa perfetta, cuoca perfetta... e poi così manipolatrice, così strenua nel perseguire i suoi obiettivi, costi quel che costi. Fredda, calcolata... eppure perfetta nella sua alterità, come una statua di marmo bianco. Su quel piedistallo irraggiungibile, non si può far altro che guardarla da sotto. Algida, come una dea.


Invece a dire il vero spesso mi sento Susan. Disorganizzata, incosapevole, perennemente al recupero di qualche casino combinato per sbaglio... le lavatrici che escono tutte di un rosa tenue, la cena che è sempre qualche roba scaldata al microonde...  Ingenua, disperatamente romantica, in qualche modo scollegata dalla realtà che la circonda... perennemente sorpresa, come se ogni cosa che accade le accadesse per la prima volta, e se ne meravigliasse fino a shoccarsi. Una bambina in abiti adulti, che cerca di fare del suo meglio in mezzo a questo mondo di pazzi nel quale, chissà come, è capitata all'improvviso. Oh, si, quanto sono Susan, a volte...


Gabrielle? Oh via. Gabrielle è il sogno di tutte noi, ammettiamolo! Anche se facciamo finta di scandalizzarci per la sua superficialità, per la sua passione x i piccoli intrighi e le menzogne futili. Guardiamo la sua macchina di lusso, il suo corpo perfetto (maledetta!), i suoi giovani amanti... la guardiamo tornare dallo shopping quiotidiano carica di borse e sacchetti e scuotiamo la testa con disapprovazione, ma in verità mangiamo con gli occhi quei vestiti sgargianti, quelle scarpe sensuali, quella chioma corvina perfetta anche mentre fa jogging... Arrivista, scaltra, ochetta quanto basta a far risaltare la perfezione del suo viso.. ma meno di quello che vuole dare ad intendere. Oh si, Gabe è invidiata da molte, molte di noi.


Ma la mia preferita è Lynette. Oh, si, Lynette. Dura, ferma intelligente, affermata. Madre, moglie, lavoratrice. Con la casa sempre in disordine x i molti figli. Le senti le rotelle girare nel cervello a velocità vertiginosa, perchè Lynette ha sempre qualcosa in mente, sta sempre arrovellandosi su qualcosa, sta facendo piani, progetti, vagliando idee... Lynette che è pelata ma non si nasconde.... ma che si mette la parrucca per far sentire il prossimo a suo agio.. Lynette che ricorre spesso a piccoli sotterfugi... Lynette che vince sempre,  Lynette che vive per la sua famiglia, ma non dimentica se stessa. Lynette che ti dice sempre quel che pensa e che prova, anche se sembra tremendo, anche se sembra stupido, o egoista. Lynette non si vergogna mai di se stessa.


E Tom? Tom, che spacca vetrine a mattonate per la gelosia...


Si, Lynette è decisamente la mia preferita. Pagherei, per essere lei.