mercoledì 20 maggio 2009

IL MAESTRO RINNEGATO

Certe volte non so cosa pensare.


Io ho una passione per il signore qui di fianco, sempre avuta, fin dagli anni giovanili... universitari. Per lui, e per tutti quanti come lui hanno cercato di sondare le insondabili profondità della psiche umana e di cavarne qualcosa di intelleggibile. Riuscendoci.. si e no. Ma non è detto che tutti gli abissi debbano per forza essere esplorati.


Perciò ho sempre cavalcato l'onda. Lavorare su se stessi, essere autocoscienti, autoreferenziali, autodeterminati, trovare le energie dentro di se piuttosto che fuori, non lasciarsi influenzare, essere sempre se stessi nonostante tutto, conoscersi sempre e comunque, elaborare, scavare, capire ecc ecc ecc... il mio cavallo di battaglia. Le mie linee guida.


Però... però però però.


A volte mi trovo a pensare che considerare il "bastare a se stessi" (semplificando) come un obiettivo ed una meta, e lavorare su questo punto fortemente per migliorare la propria vita può portarti a risultati che non sono quelli sperati. Mi spiego? No, eh?


Ci provo.


L'autostima. Siamo tutti daccordo che è qualcosa che dipende da noi. Siamo noi che dobbiamo fare in modo che la nostra mente non remi contro... ma come raggiungiamo tale risultato? Andando avanti con le nostre scelte come panzer prescindendo da tutto (perchè, diamine, siamo autodeterminati!)? L'idea che abbiamo di noi stessi si forma grazie agli specchi sul petto di chi ci sta attorno. E' utopia pensare che quel che gli altri pensano di noi non ci influenzi. Prendete una persona qualuque, e ripetetegli ogni giorno che è un coglione (esagero, qui, vale anche con giudizi ben meno pesanti e più sottilmente comunicati...). Poi quando comincia a sentirsi insicuro, ditegli che la sua autostima non dipende da voi ma da lui e che deve lavorarci!


Posso io, in coscienza, lavorare su me stessa fino a raggiungere un grado di sicurezza tale da poter pensare che il mio prossimo è un coglione, e poi lavarmi le mani dell'impatto che questo ha su di lui (un "lui" ipotetico, è solo per non dire sempre "questa persona"), perchè se è insicuro son fatti suoi, deve lavorarci, e non posso mica preoccuparmi io della sua autostima? Beh. Tempo fa avrei risposto di si. Avrei detto che qualunque cosa io possa dire, lui non ne sarà scalfito se ha fatto un buon lavoro su se stesso.


Oggi, sono su posizioni più morbide.


Altro esempio, le scelte. Le scelte che ognuno fa nella sua vita, grandi o piccole. Le scelte sono personali, ognuno le fa per se stesso e ne porta il peso - greve o leggero che sia. Però le scelte che facciamo non prescindono dalla "comunità umana" che ci circonda. Per esempio, se mio marito mi dice che gli piaccio coi capelli corti, e io decido di tagliarmeli, non è che la scelta sia di qualcun altro, è mia. E non è nemmeno che mi sia stata imposta. Però è influenzata, condizionata (sono termini che non uso in accezione negativa) dal parere che mio marito mi ha dato. Dunque, non si potrà dire poi che lui non c'entra niente con la mia scelta. Si potrà dire che non ero obbligata... ma non che non ne ha avuto parte.


Dunque, diversamente da quanto i miei anni giovanili mi avevano portato a pensare, oggi mi sento piuttosto critica nei confronti di chi usa questo tipo di risposte. "Non dipende da me", "non devi farlo per me"... a volte mi sembra che siano modi per togliersi una responsabilità dalle spalle, per non ammettere che tutto quello che facciamo ha un impatto, e magari anche grosso, sulla vita di chi sta con noi. Di più, che le cose che a noi sembrano piccole possano avere un impatto enorme, inaspettato.


Come le increspature di un sasso gettato in acqua.


E poi, cosa significa "non devi farlo per me"?? Certo, le cose in ultima analisi le si fanno sempre per se stessi. Ma un uomo che si tiene in forma in palestra, non lo fa forse per piacere a qualcuno, oltre che a se stesso? Una donna che si trucca, non lo fa forse per il medesimo motivo? Un bambino che si impegna a scuola, non lo fa per rendere fieri i suoi genitori, oltre che per imparare e sentirsi "a posto con se stesso"?


E la domanda fondamentale è: cosa c'è di male in questo?? Dobbiamo forse vergognarci di fare le cose per far piacere a qualcuno? a un marito, a un compagno?  Dobbiamo vergognarci di prendere decisioni ogni giorno badando a quello che desidera qualcun altro, oltre che noi stessi? NO! CERTO CHE NO! Io non me ne vergogno. Una volta l'avrei fatto. Oggi non più. Anzi, sono convinta che proprio questo sia il senso di fare le cose.


E dunque, non dobbiamo dispiacerci, quando dopo i nostri sforzi, ci sentiamo rispondere "dipende solo da te, non da me"??


Tutti noi dovremmo prestare attenzione a questo aspetto, poichè viviamo qui, ora, in mezzo alle persone, non ingrottati sulla cima dell'Himalaya. E nemmeno dentro un manuale di psicologia generale.


Credo proprio che il vecchio Sigmund non sarebbe affatto contento di me.


 


 


 

5 commenti:

  1. utente anonimo22 maggio 2009 07:43

    non è sempre tutto bianco o nero. cosi come non tutto è una critica. è duro il lavoro dei razionali :)
    Genio Grande

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  2. c'è un confine labile fra psicologia e spiritualità, che così spesso si trovano a collaborare. Io credo che dove la prima si deve arrestare in circoli viziosi di razionalità, si debba passare alla seconda...come ad un oltre che ha risposte meno umane ma forse più congeniali all'umano.
    Oddio, s'è capito qualcosa?????

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  3. IO ho capito.
    il Genio Grande qui sopra, se torna a leggere, secondo me sta cercando il suicidio :D:D

    Sai, lui è un seguace di Odifreddi...

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  4. ih ih ih, magari apre un blog così possiamo discutere!
    io invece diffido dei matematici!!!! tranne di quelli che .....tendono all'infinito!!!!!

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