Ora, io dirò una cosa piuttosto impopolare, mi sa.
Da alcuni giorni tutti i media ci raccontano la storia e ci mostrano le testimonianze che riguardano il soldato italiano che ha recentememte perso la vita durante una missione di pace. Un uomo che aveva dedicato, a quanto pare, la vita a questo mestiere e che era già sopravvissuto una volta, alla strage di Nassirya.
Ho il massimo rispetto per la vita stroncata di quest'uomo e anche per il suo valore e per il suo coraggio, e il suo sacrificio, naturalmnte.
Però penso che quando si ha una famiglia, le missioni di pace debbano passare in secondo piano. Quando si sceglie di sposarsi e di mettere al mondo dei figli, dei figli che aspetteranno sempre il ritorno del proprio padre (qualunque sia la loro età), allora le priorità debbano cambiare.
Non è che la vita del soldato e del marito/padre siano incompatibili, ma la prima linea dovrebbe lasciare il posto ad incarichi che non mettano a repentaglio la vita non solo di chi fisicamente rischia di lasciarcela ma anche di coloro che potrebbero trovarsi a fare i conti con una incompletezza e con un vuoto che difficilmente possono essere colmati. O altrimenti, qualora la vocazione (perchè di questo si tratta) sia insopprimibile, forse si dovrebbe considerare la possibilità di una vita solitaria.
Lo so, sembra una cosa orrenda da dirsi.
Però mi sono chiesta: se io avessi poniamo 10 anni e mio padre morisse in Iraq, come potrei fare a spiegare a me stessa che lui è morto per aiutare bambini sconosciuti mentre non ha avuto il tempo o la voglia di stare a casa ad aiutare me?


